Il giorno in cui ho visto la morte (e aveva il volto di mio figlio)
Inizia così il libro che sto scrivendo
Prologo
Ci sono alcune cose che nella vita non dovrebbero mai essere sottovalutate:
L’amore di una madre per i suoi figli.
L’odio dei figli per una madre single.
La forza della vita, dell’amore e della verità.
Tutto il resto sono chiacchiere da bar.
Capitolo 1
16 Dicembre 2015
Stai andando a lavorare, in un ristorante dove io, mio malgrado, ti ho trovato lavoro. Sei tornato da me da poco, dopo tante vicissitudini e merda di cui parleremo in seguito. Comunque, oggi, 16 dicembre 2015, sei da me, stai uscendo per andare a lavorare, perché tu, in ogni caso, sei un gran lavoratore. Ti guardo, mentre mi dai il bacio, e vedo la morte. Hai presente quella nera dei fumetti? La vedo che passa sul tuo volto. Non chiedermi perché, non lo so. So solo che la ho vista e ti ho detto: Jackie, ho visto la morte, vai al pronto soccorso. Tu: Mà, che cazzo dici?! Io stò da Dio.
Io: Jackie, vai al Ps, se poi, dopo due ore, ti mandano via, mi chiamerai per mandarmi a cagare.
Tu, che quando parlo, sotto sotto, mi credi, in quel pronto Soccorso del Policlinico, ci sei andato. Non ne sei più uscito, dopo due ore mi hanno chiamata perché ti stavano intubando.
La nostra storia inizia qui.
16 Dicembre 2015 parte 2
Credo siano le 11, minuto più, minuto meno. Ricevo una chiamata da uno 02 e qualcosa. Rispondo.
Lo 02: Sig.ra Di Martino?
Cazzo, da quando mi sono separata da vostro padre, ogni volta che dall’altra parte mi chiamano così so già che: o sono i carabinieri, la polizia o un’ambulanza per uno di voi tre. Ma oggi puoi essere solo tu. Avevo ragione quando ho visto la morte passarti davanti al volto.
Io: È per Jackie?
Lo 02: si signora…Venga immediatamente, dobbiamo intubarlo.
Capisci?! Signora venga subito dobbiamo intubarlo!
Avevo ragione, ok, ma non volevo aver ragione fino a questo punto.
Cosa ho fatto? Ho chiamato mio fratello…non ero in grado di gestire una cosa così da sola. Non capivo, sentivo, ma non volevo capire. Poi credo di aver chiamato Luca e Erik, non ricordo. So solo che da sola non avrei potuto affrontare una cosa così.
Arrivo in Policlinico, mi riceve il medico che ha capito la gravità della tua situazione, e lo ringrazio. Ricordo che aveva le lacrime agli occhi, ricordo che mi ha detto che stavi morendo, ricordo la “farfallina” che ti avevano già infilato nel collo. Ricordo che tu deliravi, dicevi cose senza senso. Ricordo di non ricordare, di non sentire il mio corpo. Ricordo solo le lacrime del dottore mentre mi dice che il tuo pancreas è esploso e ti devono intubare.
Tu ti agiti, come sempre, come da quando sei nato. Rompi il cazzo anche da moribondo, almeno questo è quello che voglio pensare mentre di portano in terapia intensiva. Sono tua madre, ti ho dato la vita. Come posso immaginare di sopravvivere a te?
Nel frattempo il padiglione più squallido di T.I del Policlinico si riempie di tutti vostri amici. Tutti i ragazzini che ho visto crescere in casa nostra. Fa un freddo porco, ci sono delle sedie orrende e ghiacciate. Non so da quanto siamo li. A turno, io, i tuoi fratelli, lo zio, il tuo amico Giovanni, entriamo da te. Tu, come al solito, rompi il cazzo. Solo dopo ho scoperto che la Pancreatite necrotico emorragica dà delirio. Ma fino a quel momento, per me e per tutti noi, eri il solito rompi cazzo.
Fra tutte quelle persone, che conoscevo bene, è comparsa una ragazzina, tale Caterina. Si è presentata come la tua ragazza. Non ne sapevo nulla, e tu, voi, mi dite sempre tutto. Quindi non le ho dato tanto peso. Ma lei insisteva, diceva che era la tua ragazza, che ti amava e bla bla bla…
Tu, in delirio da pancreatite, ma sempre uno stronzo per tutti noi, la hai trattata malissimo. Lei è rimasta. È rimasta il 16 Dicembre 2015 e per altri anni a seguire. Parleremo anche di lei.
17 dicembre 2015
Sei in terapia intensiva ma non sei ancora intubato. Lo sarai fra poco. Dopo una notte di merda, ritorno in ospedale. Per fortuna casa nostra è vicina, almeno questo.
Vengo nel padiglione squallido. Non ci sei più. Ti hanno spostato in un padiglione più figo perché stai peggio.
Arrivo. Entro come una che è stata sbattuta dentro a una centrifuga. Non capisco, non mi rendo conto. Ti vedo. Sei legato come un agnello da sacrificare. Hai le spalle in una posizione impossibile. Ti lamenti.
Chiedo a all’infermiera se può farti stare più comodo.
Lei: Signora, suo figlio si agita, si stacca le flebo. Io non sono un cane da guardia!
Parti dal presupposto che, conoscendoti, ho sempre dato ragione agli altri. Ma oggi no, non posso. Sarai un caga cazzo ma stai male, non sei una bestia. E nemmeno le bestie dovrebbero essere trattate così.
Metto via il mio senso di inadeguatezza da mamma single che mi accompagna da sempre e decido di impormi per la tua dignità. Parlo con il medico responsabile, ti vede, si vergogna per l’infermiera e ti lega in modo più umano. Tu, nel frattempo, mi chiedi un succhino. Lo hai fatto per due mesi…
Poco dopo ti hanno intubato, da solo non respiravi più.
E sai perché? Te lo spiego, cazzone avariato. Il tuo pancreas, esplodendo, ha rilasciato enzimi in tutto l’addome. Questi enzimi sono come acido muriatico, distruggono tutto quello che trovano… E quel giorno hanno iniziato a fare il loro lavoro.
Hai solo 23 anni, sei forte, mai preso antibiotici, come i tuoi fratelli. Hai un fisico pazzesco, da quando sei nato. Hai avuto un alimentazione perfetta. Niente dolci, bibite e altre porcherie perché io, malgrado la mia giovane età, sono sempre stata una mamma attenta.
Orari regolari, sport etc… ne tu ne i tuoi fratelli siete mai stati fan delle discoteche, delle sbronze da cazzari.
Tutto regolare fino a quando non hai scoperto le droghe. Come tutti, mi dirai tu! Eh no caro. Tutti le scoprono, le usano e poi si cagano sotto. Tu no, tu devi sempre spingere al massimo. Da quando sei piccolo.
I tuoi fratelli no, hanno sempre avuto il freno che da la paura. Ma non tu.
Hai bevuto e ti sei drogato per poco, ma fino alla morte, pensando di essere invincibile. Purtroppo non lo sei come non lo è nessuno.
Il 16 dicembre 2015 lo hai scoperto, ma non lo hai capito.
Queste sono solo le prime pagine…
Quel giorno, in quel padiglione squallido e ghiacciato del Policlinico, la nostra vita di ‘Moschettieri’ è cambiata per sempre. Non sapevo ancora cosa ci avrebbe riservato il futuro, né quanto l’acido degli enzimi avrebbe scavato a fondo . Sapevo solo che non sarei rimasta a guardare, che non sarei stata un semplice cane da guardia, ma la madre che lotta per la dignità di un figlio che tutti davano per spacciato.
Continuerò a raccontarvi questo viaggio . Restate con me.
Con amore
Nadia
Sono nata a Milano dove, giovanissima, ho iniziato a lavorare nella moda, a crescere tre bellissimi figli e coltivare le mie passioni per l’arte contemporanea, la ricerca di pezzi unici e introvabili, il buon cibo e l’eleganza in ogni sua forma.
Ho creato questo blog per condividere con voi tutto questo e trasportarvi in un’esperienza fatta di bellezza, elegnza ed educazione
